“Zio Lenny” è il nomignolo con il quale tra i bambini di New York era noto Leonhard Bernstein. Geniale musicista, personaggio di immenso carisma e di classe mondiale… e lo “zio” musicale di tutti i bambini della città.
Ma cos’aveva fatto Bernstein, un personaggio “stellare”, per guadagnarsi l’ammirazione e la familiarità di tutti i bambini?
Vorrei prendere lo spunto da questo articolo, dove il critico musicale in capo del New York Times ha tentato di caratterizzare cosa rende una musica “musica classica” - senza potersi impedire di citare i suoi ricordi di bambino nuovaiorchese - appunto - i “concerti per bambini” di Zio Lenny.
Il punto di partenza è capire che quello che fa la musica è strutturare un lasso più o meno ampio di tempo. Se la composizione di un pittore struttura una tela di dimensioni ben precise, la tela sulla quale il musicista dispone la sua opera è il tempo che l’ascoltatore è disposto a dedicargli (1).
E visto che il concetto di struttura è a priori piuttosto opinabile, la distinzione più obiettiva che si possa fare riguarda la durata dell’arco di tempo che l’autore impiega per esprimere il suo messaggio (il suo “lyric statement” - espressione molto pregnante che purtroppo non so tradurre appropriatamente). L’articolista del Times definisce quindi musica “classica” quella che si svolge su un arco di tempo piuttosto ampio.
Ciò implica però accattivare l’ascoltatore per una durata altrettanto lunga - e per fare questo la musica deve andare a sollecitare quella parte della percezione che risponde a “strutture ampie, a lunghe metafore narrative”. Non vuol naturalmente dire che ci debba essere una “storia” particolare dietro - semplicemente qui riincontriamo (e non possiamo più dribblare) la questione della struttura: le pur ampie campate del ponte di una narrativa estesa devono essere sorrette da piloni, da punti di riferimento, che nè il nulla nè il caos totale possono offrire. Per tenere il lettore incollato alle centinaia di pagine del suo romanzo, Tolkien ha dovuto creare quel gigantesco gioco di novità, richiami, rimandi e colpi di scena che è il Signore degli Anelli.
Ecco quindi che, necessariamente, un’opera di questo genere deve possedere una struttura in un certo modo complessa - anche se l’ascoltatore ne prende coscienza solo in modo subliminale. Esempi di tali strutture musicali citati dall’articolista sono le sinfonie di Mahler, l’ “Eroica” di Beethoven, “Sgt. Pepper” dei Beatles, “In Rainbows” dei Radiohead.
Come, sorpresi del “mix” degli esempi? Beh, e perchè no? Dopotutto, qui sullo scaffale davanti a me ci sono Dante, Wilde, Banana Yoshimoto e Orhan Pamuk… stretti stetti fianco a fianco (e mi dicono che se la godono un mondo, tra di loro).
Ora, dire “struttura complessa” non vuol dire “noia mortale” - per esempio: la conoscete la barzelletta della Gavotta di Prokofiev? Ve la racconta Zio Lenny (confesso che io, anche se la so già, tutte le volte che la sento non posso non sorridere).
Che si tratti di Prokofiev o dei Radiohead, decisiva, dice sempre l’articolista (con il quale mi permetto di concordare), è l’attitudine con la quale ci si appresta ad ascoltare. Il Signore degli Anelli non risulterà avvincente a chi ne legga una pagina ogni dieci, né a chi si ostini ad obiettare che “insomma, gli alberi non parlano”. Lo stesso cocktail di disponibilità ad accogliere il messaggio e di malizia nel coglierne l’originalità è necessario per ascoltare un’opera musicale, di ogni genere.
E quindi ecco che l’autore dell’articolo si ricorda di Bernstein non tanto per le barzellette e le spiegazioni, ma perchè alla fine dello “show” non esitava a chiedere ai suoi bambini di stare ad ascoltare l’orchestra suonare per intero la musica di cui si era parlato (Stravinsky, Beethoven, Mahler, Jazz moderno - ma dai: “non capiscono”…).
E anche perchè pure dopo tanti anni di trasmissioni, quando già c’era la televisione a colori e malgrado ormai avesse “allevato” i suoi bambini in modo da poter usare parole tipo “modo minore” e “bitonalità”, non perdeva occasione per invitare ad accogliere la musica in modo sempre fresco, sveglio e allegro.
E i risultati? Beh: i risultati sono una platea di bambini che scoppiano a ridere (ma di gusto) perchè nell’ouverture delle Nozze di Figaro lui mette un saxofono a doppiare il flauto, o un tamburello e il triangolo dietro ai timpani.
Oppure il mio favorito (6:40 nel video sotto): “trovate l’errore nell’esecuzione”, dove l’unico che sbaglia è LUI, perchè… dirige in tempo ternario l’orchestra che suona in tempo binario (e poi: “… dopo questa risposta il massimo punteggio che potete avere è quarantacinque - e quello tra di voi che ha 45 punti sarà il prossimo direttore dei New York Philharmonic”).
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(1) per semplicità trascuro qui l’atto “spaziale” sicuramente insito nell’esecuzione musicale, che meriterebbe una discussione a se - resta comunque il fatto che anche gesti, movimenti o azioni collegate all’esecuzione che si svolgono nello spazio hanno comunque perlopiù la funzione creare dei riferimenti nel dipanarsi temporale dell’esecuzione.
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